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Perché
cerchiamo la vita fuori del nostro pianeta?
Oggi, più che mai consapevoli dell’immensità e della
complessità del cosmo potremmo rispondere con le parole usate da
Jodie Foster nel celebre film Contact, affermando che se fossimo soli
sarebbe davvero un grande spreco di spazio (oltre un atto totalmente illogico).
Tuttavia il fine delle nostre ricerche nel cercare qualche “fratello
celeste”, è soprattutto quello di trovare qualche indizio
che possa aiutarci a comprendere il mistero più grande: come è
nata la vita. E’ un “dono” circoscritto al nostro piccolo
pianeta o un fenomeno diffuso nel cosmo? E l’essere umano che ruolo
riveste?
Alla fine degli anni cinquanta sembrava di essere giunti ad un passo dalle
risposte, quando tramite esperimenti di biochimica Miller e Urey riuscirono
ad ottenere amminoacidi (i mattoni delle proteine) dalla materia inorganica
inanimata. Ma da allora il fatidico anello mancante, il fatale balzo dal
caos alla vita non è stato ancora trovato.
In compenso numerose molecole organiche complesse, e gli stessi amminoacidi,
venivano trovate nella polvere cosmica, nelle nubi di gas interstellare
e all’interno di comete, asteroidi e meteoriti che, nel lontano
passato e più sporadicamente ancora oggi, cadono sui vari corpi
celesti. Quindi numerosi studiosi hanno cominciato a prospettare l’eventualità
che la vita “piova” già confezionata sui pianeti viaggiando
nel cosmo alla stregua di un seme, come ipotizzò già negli
anni sessanta con i suoi lavori pionieristici l’astronomo inglese
da poco scomparso Fred Hoyle.
Ci si potrebbe però domandare se esista un altro ambiente particolarmente
idoneo come la Terra a fare da culla alla vita. Per noi esseri umani probabilmente
no, ma esistono alcuni microrganismi (batteri) particolarmente resistenti
alle condizioni più avverse che possono vivere agiatamente in luoghi
proibitivi. Per tale ragione sono stati battezzati “estremofili”.
Essi possono resistere a temperature fino a 120°C sopra lo zero o
diversi gradi al di sotto; possono pasteggiare ad acido solforico o altre
sostanze per noi venefiche, e ancora proliferare beatamente in ambienti
altamente salini o ad altissime pressioni. Inoltre alcuni resistono al
bombardamento radioattivo ed alle condizioni di vuoto spinto che si trovano
nello spazio.
Con tali consapevolezze diverse missioni spaziali sono state inviate verso
l’esplorazione dei corpi celesti appartenenti al nostro sistema
planetario con lo scopo di verificare se esistono anche gli ingredienti
fondamentali per la vita (acqua, sostanze organiche ed una fonte di calore)
racchiusi in qualche nicchia in grado di ospitare organismi rudimentali.
A tal fine ci sono tre luoghi particolarmente interessanti da prendere
in esame. Uno è il pianeta Marte che potremmo definire il piccolo
fratello della Terra, mentre gli altri due sono Titano ed Europa satelliti,
rispettivamente, dei grandi pianeti Saturno e Giove.
Che Marte sia stato un pianeta ricco di acqua nel lontano passato lo sappiamo
già dagli anni settanta, quando le celebri missioni americane Viking
inviarono numerose immagini della sua superficie dove si riconoscevano
i segni dello scorrimento di grandi masse liquide come alvei fluviali,
laghi, e forse anche oceani. Ma la conferma definitiva l’anno fornita
le missioni che hanno raggiunto il pianeta rosso lo scorso anno (il Mars
Express, europea e Mars Exploration Rovers, americana) che non solo hanno
ci hanno dato la conferma strumentale di grandi masse acquose tuttora
intrappolate nelle calotte polari e nel sottosuolo un po’ a tutte
le latitudini (anche se allo stato ghiacciato), ma anche la conferma dell’esistenza
di rocce evaporitiche (ovvero formatesi in seguito all’evaporazione
dell’acqua). Rimane peraltro controversa un’immagine che sembra
addirittura immortalare una sorta di fossile primitivo presente in una
di queste formazioni.
Ma la notizia più clamorosa è giunta lo scorso settembre
quando è stata trovata una cospicua quantità di gas metano
(tre volte superiore di quella che si trova sul resto del pianeta) in
talune aree in prossimità della zona equatoriale sovrapposta al
vapor acqueo. Il metano è un gas fossile che, sul nostro pianeta,
è prodotto dalla respirazione di determinati batteri chiamati appunto
“metanofili”. Trovarla su Marte potrebbe suggerire l’esistenza
di colonie viventi di microrganismi, anche perché se il metano
non fosse rifornito costantemente non resisterebbe a lungo nell’atmosfera
di Marte. Quindi sembra ci sia una fonte che lo rinnova costantemente.
Addirittura di recente insieme al metano è stata trovata anche
la formaldeide, un altro composto chimico che deriva dalla decomposizione
del metano e che avrebbe vita breve se non fosse prodotto di continuo.
Ma il sogno nel cassetto di ogni esobiologo è sempre stato dare
un’occhiata sotto la spessa coltre di nubi color arancio di Titano,
il maggiore del satelliti di Saturno. Grande quasi quanto Marte questo
pianeta è un fedele spaccato di quella che fu la Terra ai primordi,
quando fece da culla alla vita. Titano possiede infatti una massiccia
atmosfera fatta di azoto e composti azotati del carbonio, ovvero il medesimo
ambiente che permise alle prime molecole organiche di trasformarsi in
vita, almeno secondo i sostenitori della teoria del “Brodo primordiale”,
(la quale ipotizza che la scintilla sia scoccata casualmente sul nostro
pianeta da una zuppa di sostanze organiche), che sperano così di
trovare il sospirato anello mancante che possa sciogliere l’enigma
dell’origine della vita. Ma anche per i sostenitori della teoria
della “Panspermia” (dove si pensa alla vita come un fenomeno
diffuso nel cosmo che insemina i vari corpi celesti) un tale ambiente
riveste interesse perlomeno per comprendere dove il prezioso seme fu ospitato
e come riuscì ad evolvere nelle forme che conosciamo oggi.
La missione Cassini-Huygens, atterrata con successo su Titano lo scorso
14 gennaio dopo un viaggio di sette anni e circa un miliardo e mezzo di
chilometri percorsi cercherà di sciogliere questi enigmi, e nel
frattempo ci sta mostrando un mondo molto attivo sia da un punto di vista
geologico che meteorologico, con la sola differenza che al posto dell’acqua
ci sono grandi quantità di idrocarburi (in particolare metano)
che fluiscono sul pianeta rimodellandolo, e spessi strati di sostanze
organiche che lo ammantano.
Uno dei prossimi obbiettivi della ricerca di vita esogena sarà
anche il satellite gioviano Europa, sotto la cui crosta ghiacciata e frastagliata
sembra si nasconda un vero e proprio oceano di acqua.
Mugnos Sabrina |
Ing.Stelio Montebugnoli |
Attualmente l’unico programma
Seti (Search for Extra Terrestrial Intelligence) esistente nel nostro
paese (e in Europa) viene portato avanti alla stazione radioastronomica
di Medicina (BO) dell’Istituto di Radioastronomia dell’INAF.
Qui sono installate due antenne: la grande Croce del Nord, un allineamento
di cilindri parabolici da 30.000 mq di area di raccolta, ed un paraboloide
da 32 metri di diametro usato per 4 mesi l’anno all’interno
del network europeo (VLBI).
Per l’implementazione delle osservazioni all’interno del programma
Seti, si usa un velocissimo analizzatore di spettro (Serendip IV Berkeley,
Ca) che opera per 24 ore al giorno 365 giorni l’anno, collegato
in parallelo alle normali attività dell’antenna parabolica
VLBI, senza turbarle minimamente. Questa metodologia osservativa abbatte
quasi a zero i costi del programma e permette, nel contempo, di monitorare
le interferenze radio che minacciano sempre di più l’operatività
dei radiotelescopi. Fino a questo momento non ci sono stati risultati
ma sono state “osservate” solo interferenze radio di chiara
origine terrestre.
Attualmente il programma SETI utilizza una particolare trasformata matematica
che si chiama Fast Fourier Transform, progettata per estrarre un ipotetico
segnale monocromatico dal rumore che “popola” la banda di
ricezione del radiotelescopio. Tuttavia, nel caso in cui il segnale alieno
che si cerca sia un cosiddetto “segnale di servizio” ovvero
“sfuggito” dal presunto pianeta alieno (come potrebbero essere
le nostre trasmissioni radio, televisive, radar ecc..), non avremmo nessuna
indicazione circa la tipologia (ad es. il tipo di modulazione), quindi
la trasformata di Fourier si rivela inefficiente.
Per questa ragione è stato messo a punto un’altro sistema
matematico (la KLT - Karhunen Loeve Transform) che dovrebbe essere in
grado di rivelare con grande efficienza segnali radio modulati in qualsiasi
modo, della cui natura non si sa assolutamente nulla. A tempi brevi si
pensa poi di implementare il programma di ricerca Seti in parallelo anche
alle attività in corso alla grande Croce del Nord. Questo è
uno dei più grandi radiotelescopi di transito del mondo e, per
sua natura, rende molto più agevole la rivelazione di eventuali
segnali radio sia per la enorme sensibilità (grande area di raccolta)
che per la facilità di distinguere segnali radio terrestri (indipendenti
dall’ora siderale) da segnali radio provenienti dallo spazio (dipendenti
dall’ora siderale). Questo approccio osservativo potrebbe risolvere
il problema più pressante che caratterizza la post elaborazione
dei dati nel Seti: la possibilità di distinguere un segnale terrestre
da un segnale extraterrestre, soprattutto quando le condizioni al contorno
non permettono l’impiego del classico metodo dello spostamento Doppler
dovuto alla componente radiale della velocità relativa Terra -pianeta.
Stelio Montebugnoli
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